Ci sei o ci fai?


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Gli psicologi se lo domandano spesso a proposito dei bugiardi cronici, ma tale domanda cela in realtà una riflessione più articolata sul funzionamento della nostra psiche. E forse riguarda anche un certo modo di funzionare della nostra attuale politica.

In parole povere, in questa domanda (ci sei o ci fai?) è condensata la differenza tra (almeno) due meccanismi psicologici apparentemente simili: la negazione e la de-negazione. Di cosa si tratta e perché questa distinzione è diventata oggi così attuale?

La negazione è quando qualcuno non può tenere conto di aspetti della realtà, interna o esterna, che sono per lui inaccettabili che deve perciò necessariamente cancellare dalla coscienza, annullare. Si tratta di un meccanismo tipico del modo di un funzionamento psicotico o arcaico della mente e segnala una forte fragilità “narcisistica” che costringe il soggetto a spezzettare la realtà e ad abitarne solo pochi frammenti, rimanendo quindi s-contattato da essa.

La de-negazione invece è quando qualcuno pur riuscendo a fare i conti con la realtà, mostra comunque una difficoltà ad accedervi compiutamente, questo perché ne teme con angoscia alcuni aspetti mortificanti che costringono il soggetto ad un approccio confabulatorio con essa (me la racconto e me ne convinco): una parte della coscienza riconosce la realtà, un’altra parte la rifiuta in quanto troppo frustrante. Il soggetto appare adattato alla realtà, ma solo se può ridurla e manipolarla. Il de-negante abita in un mondo dove tutto e il contrario di tutto è sempre possibile in ogni momento, naturalmente a seconda del proprio interesse percepito.

Questo funzionamento mentale protegge la coscienza dall’irruzione di un’angoscia troppo forte attraverso un atteggiamento costante di depistaggio. Secondo Freud tale angoscia ha a che fare con la “castrazione”, che metaforicamente corrisponde a quell’azione di riduzione dell’onnipotenza che prima o poi la realtà opera sul bambino (il quale è spontaneamente onnipotente) permettendogli però, in cambio di questo apprendimento del limite, la possibilità di sviluppare processi simbolici, in altre parole la “castrazione” permette alla mente di nascere e sviluppare, ma anche di abitare un mondo sociale.

Questa modalità di funzionamento della psiche sembra ultimamente diventata di moda, da quando cioè il concetto di libertà s’è sovrapposto su quello di opzione d’acquisto o di zapping rendendosi anch’esso feticistico. Inoltre, dare del bugiardo a qualcuno non è più ormai un’offesa poi così grave: in fondo il bugiardo può essere un furbo opportunista che porta acqua al suo mulino e che per questo può riscuotere persino simpatia e comprensione.

Come comportarsi allora dinanzi al tipico disorientamento accompagnato dal senso di inquietudine che avvertiamo quando qualcuno confabula e mente continuamente, cambia le carte in tavola e le regole della comunicazione, ci manipola, ci dice una cosa e poi nega di averla detta, costruisce mondi ad hoc pretendendo di farceli abitare, falsifica i fatti, ci sposta continuamente i piani della comunicazione, e via dicendo?

Ebbene, non è affatto semplice, la reazione dell’interlocutore può essere molteplice: la manipolazione può produrre rabbia, ma anche solo uno stato di estraniamento e smarrimento, talora soggezione. Talora ancora può produrre credulità: meglio abitare un mondo confabulatorio di successo e di infinite possibilità piuttosto che la propria condizione personale.

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